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mercoledì, marzo 28, 2007

Vinicio Capossela - Camera a Sud

Tra moderno e post-moderno
Sono sfumati i tempi in cui all’artista veniva dato il compito d’interpretare il ruolo di – e spesso di essere – anima tribolata, alle prese, affaccendata, con la vita precaria e disordinata, di destreggiarsi con progetti di lungo periodo che non gli riuscivano semplici per voluta natura. Quanto era affascinante la dissoluta vita dell’Artista, eternamente in bilico, tra essere e apparire, tra emozione e sensazione. Ma i tempi odierni sono altri. La solida struttura, l’ordine costituito dai forti e arroganti poteri superiori, dalle cariche moderne, contro cui l’Artista ha lottato con strenuo ardimento, non ci sono più, oggi hanno lasciato il campo di battaglia, le istituzioni si sono liquefatte davanti al fuoco di un capitalismo extra-territoriale, dicono “globalizzato”; un campo vuoto, senza punti di riferimento: liquido. All’attuale stato dell’arte, un gesto di coercizione risuonerebbe come una carezza, come un gesto dal calore umano, la dimostrazione che ancora qualcuno sopra di noi e per noi, guida l’azione collettiva, orienta il lungo periodo. La precarietà e l’estrema natura effimera delle cose, delle relazioni, dei progetti è per tutti oggi; dobbiamo essere artisti, la libertà è gratis, anzi è meglio, da meno spese ai governi e tutti possiamo assaporarne il gusto agrodolce. Artisti, per forza o per amore, pare l’unica strada per vivere nell’extra-territorialità che tutti prende e tutti stritola, nella globalizzazione che ci toglie ogni sicuro punto di riferimento, negandoci la possibilità di un qual si voglia progetto collettivo di medio termine.
Nostra madre l’Incertezza
Leggo “1994” su questa copertina sgraziatamente purpurea, poco più di un decennio, ma quanto più tempo è passato, caro Vinicio… Eri ancora lì, appoggiato e sonnacchioso, a cospargerti di fumi e fascino da bohemien d’oltremare, suonavi ancora certe note e parole, ti rendevi affascinante. Certe atmosfere descritte da Capossela in questo bel disco, lo consegnano già all’archivio storico, ad un passato recente ma profondamente diverso. Questo disco è storicizzato dalle sue stesse parole entro gli ultimi barlumi di una tarda modernità. Le “stagioni” cantate da Vinicio, che hanno il vuoto dentro al frigo ed un malox per amico, le veglie infinite entro gole di notti buie e fonde, a noi uomini della post-modernità liquida, oggi, sembrano simpatici clichè, fan comparire quel sorriso trattenuto di chi sente parlare (altri) della propria quotidianità.
Relitti d’un tempo trascorso
Dopo questa lunga introduzione, anche un po’ inutile, possiamo provare ad abbozzare un ritratto di questo giovane Vinicio e tracciare i confini della sua opera color porpora. Camera a sud, ci restituisce un Vinicio ben diverso da quello conosciuto negli ultimi apprezzati album. In questo buon lavoro il "Corvotorvo" rimane ancora entro un registro di pieno cantautorato italiano, degno ma anche assai rigoroso, privo dei magnifici e fantasiosi ornamenti di momento. Vuoi il cast di musicanti, vuoi l’arrangiamento di una mano prevalente come quella di Antonio Marangolo - ambedue ereditati dalle scuderie Contiane - il Capossela pare ben più rigido e inquadrato dietro a quel piano, dell’artista barocco e post-moderno che calca oggi i nostri palchi vestito da Minotauro o da chissà che altro. Qualche tinta leggermente sud americana, qualche milonga, un certo piglio swing, ma in definitiva l’occhiolino è strizzato alla nostra tradizione e nulla è nuovo rispetto ai primi lavori notturni. Oltre agli inevitabilmente (accompagnato da tali sapienti mani) raffinati arrangiamenti, melodie e parole son già farina del suo copioso e prolifico sacco, denotano una caratura melodica mai scontata o banale, assai poco soporifera e sopra la media, come un potenziale letterario buono, ma non ancora affinato, snello, leggero, giocoso ed armonico, come l’odierno. Le tematiche vertono tutte attorno alle fatiche e alla precaria condizione in cui la vita ci getta, tra l’ironia di canzoni, come la popolare Che coss’è l’amor?, viaggio tra “gl’inferi dei bar” che richiama un certo gusto per la descrizione – che (visione fittizia e personale) ho sempre associato a Boogie di Paolo Conte - o Il mio amico ingrato, istantanea di un matrimonio al limite dell’impudenza, ed altri momenti più lirici e romantici, come la struggente Non è l’amore che va via o Amburgo, la risplendente Fatalità. Delicata filastrocca descrittiva è anche l’omonima Camera a sud che ci offre un punto di vista privilegiato, una finestra, da cui osservare un mezzogiorno mediterraneo tra tufo, gelsomini e tamerici.
Talento sfuggente
Inizio tiepido per un talento assoluto che sarebbe andato spogliandosi negli anni a venire. Oggi Vinicio Capossela è uno dei migliori artisti italiani ad avere ancora mani di piuma e voce di sale, con quel suo bel gusto per la parola raffinata, per la melodia più tradizionale, per le immaginifiche suggestioni da cinematografo, con i suoi valzer asburgici e tutto quel corollario di fonti che sapientemente sa suggerire senza cingersi in definizioni. Questo pregevole lavoro, che pur non consiglio, dimostra una volta ancora come, anche senza l’ausilio di ripieghi meschini, si possa giungere ad un egregio risultato di nobiltà artigiana, forse artistica. Mi chiedo spesso quale sia la linea che separa produzione artistica e produzione artigianale. Mi domando quale sia il confine labile, soggettivo, vacuo, che ci faccia indicare l’una e l’altra cosa. Come Sant’Agostino scriveva nelle Confessioni riguardo al tempo, personalmente intuisco la differenza tra quale sia arte e quale sia artigianato, ma non sarei in grado di esprimerla, di darne una definizione precisa, di tracciare una nitida linea di demarcazione.

giovedì, gennaio 11, 2007

ELEGIA - Paolo Conte

SIAMO UOMINI AL TRAMONTO
Dovremmo esserne consapevoli, questi tempi in cui ardono le ultime braci della modernità, hanno vissuto di una progressiva separazione tra pratiche e consapevolezza. Lo sviluppo dell’era cibernetica, la dissoluzione dei solidi punti di riferimento, di una società come rigida struttura, la sostituzione della stessa con reti fluide di relazioni instabili ed effimere - non solo tra gli uomini ma tra gli uomini ed il corollario ambientale e materiale che li circonda - hanno portato ad un progressivo smarrimento dell’Uomo e della sua naturale tensione a sviluppare le facoltà umane, la creatività, o per dirla con Fromm “l’impulso alla vita”.
MUSICA, PLASTICA ED ALTRI SOTTOPRODOTTI CULTURALI
In questa progressiva divaricazione venne coinvolta anni or sono anche la musica come naturale prodotto della creatività umana e delle attitudini vitali. La composizione, la realizzazione e l’arrangiamento di opere musicali furono vittime inconsapevoli di un duplice fenomeno di progressiva alienazione: la separazione tra un uso frequente e improprio della tecnologia e la perdita di consapevolezza nell’uso stesso. La musica degli anni ’80 era già preda di ingloriose traversie e ubriaca di distorsioni plastiche e sonorità banalizzanti, tuttavia serbava ancora punti fermi, una solida base di riferimento e non era vittima dell’anomia che avrebbe caratterizzato la decade successiva, anzi piena di spunti allettanti. Anomia e alienazione; Georg Simmel, il grande maestro della Sociologia tedesca, vide molto lungo quando agli albori del 1900, indicò in questi due termini due delle malattie dell’urbana modernità. L’uomo blasè, come lo definiva lui stesso, incapace di distinzione tra valori, appiattito e inerte si manifestò nella sua pienezza con un secolo di ritardo. La musica degli anni ’90, fu portata sulla strada virtuale verso il suo stesso abbandono materiale, verso un progressiva dissoluzione dei generi in un primordiale liquido inorganico, che rimuovendo ogni confine, aboliva le differenze e con esse ogni capacità seduttiva. La musica frutto della mente e del cuore dell’uomo si è progressivamente reificata ed incarnata in un prodotto omogeneizzato da offrire all’uomo, ma lontano da esso, vuotata del suo senso primigenio di espressione dell’uomo per l’Uomo.
BARLUMI DI LUCE, RELIQUIE E SOPRAVVISSUTI
Vi sono fortune e differenze – alternative - basta soffiare sulle braci morenti perché qualche scintilla si levi nell’aria blu della sera, perché il dolce suono del crepitio indugi ancora un poco alle nostre orecchie. Ci sono lavori che entro i barlumi di questa tarda notte moderna sfavillano, ristorano gl’animi musici e i nostri cuori, risplendono. Una di queste perle plumbee, di grande eleganza, è questa Elegia che Paolo Conte ci regala proprio all’avvento di una nuova epoca, forse una nuova notte e forse ancora più buia. Fuori piove, è un mondo freddo.. e allora Conte ci regala un angolo di raffinatissima suggestione, di note di luna, uno dei suoi lavori più stimati e notturni (dopo l’omonimo Paolo Conte del 1986) rigorosi si, ma austeri e misteriosi, affascinanti. L’Africa non è lontana come sembra, si nasconde e sfuma tra le tinte avorio dei tasti del pianoforte a coda lunga. Le immagini corrono come in un viale d’inverno o in un cinematografo d’inizio secolo. Questa composizione intesse aromi e pregiate corde d’ogni provenienza, ridona grazia al mondo, insegue un ideale di bellezza che come ogni utopia non scende a patti col reale, è irrispettosa e caduca. Come ogni sogno, come il fuoco d’ogni ideale superato, rimane il lavoro di note suonate con sapienza, qualcosa, tra le maglie della vita e i filtri del cuore, sospeso e sollevato, superiore al tempo che scorre. Si apre con una immaginifica introiezione, paesaggi austeri e rarefatti, parole forti sussurrate a fil di voce, questa Elegia. L’omonimo componimento, accompagnato da pochi strumenti ricercati e da mani raffinate, svela un Conte raramente tanto intenso e raccolto. Sandwich man, riporta alla memoria tempi lontani e diversi, persi su carta ingiallita, riporta la mente agli albori del cortometrggio. Conte si fa abissale e immaginario in Chissà, con note d’angelo descrive aperture atlantiche e le vicissitudini delle anime migranti. In Molto lontano il tono si avvolge d’ombra, incupisce, e si ritrova un certo antico gusto per l’intreccio di parole, che tra le dita dell’Avvocato sembrano nate ad incastro. Poi molto altri ritratti, immobili, eterei, in grado di riportare la dimensione statica al centro di un mondo ansioso e convulso, consapevolezza nel linguaggio universale del sogno. Bamboolah è il seducente ritratto dell’animo umano, del sentimento in bianco e nero che muove piano come le dita sul pianoforte. India, è inebriante assemblea di profumi ed essenze, di cannella, sandalo e garofano, attraente di aperture geografiche, dell’immanenza delle cordigliere d’Asia.
FORME DI ARTIGIANATO SOPRAVVISSUTE ALL'ERA POST-FORDISTA (il cuore aiuta)
La nostalgia è un vecchio pianoforte spento, stanco e malinconico. Malinconia è l’incontro tra lo sguardo sornione e la nostalgia dei tempi passati, diciamolo Avvocato, per un attimo ha sussultato e s’è guardato alle spalle. Abisso, nostalgia fonda ed ancora più forte in questo racconto tenebro, in quest’ultima immaginifica suggestione, che lascia la vecchia e beffarda ironia a due soli brani: Frisco, che non a caso è l’unico brano del disco ad essere imparentato col Jazz e con le ultime produzioni contiane, e la Vecchia giacca nuova, un analisi del teatro sociale più che una canzone. L’ultima brace intiepidisce al vento di questa nuova e buia notte, che è splendidamente onorata e dipinta dalla penna elegante di questo magnifico artigiano. Per chi non si fosse mai addentrato nella speziata bottega di Asti, questa non è la porta che mi sento di suggerire, da altre finestre si possono ammirare visuali di maggior splendore e affabilità. Come ogni opera consapevole, che vive in sé stessa, frutto di viva umanità, questa Elegia può risplendere e angosciare, far ridere e piangere e, come i lavori più appassionati, far ridiscutere i confini dell’Arte.

martedì, luglio 11, 2006

Urbano & Rurale: la dicotomia nell'opera di Neil Yong

Troppo spesso mi capita di sentir dire che la grandezza, la statura, il prestigio di Neil Young, trovano fondamento nelle sue opere per così dire “elettriche” piuttosto che in quelle “acustiche”, che la sua genialità e la sua vera essenza compositiva abbiano espresso il meglio negli Album più rock come Tonight Is The Night, Zuma, Rust Never Sleeps o Sleep With Angels. D’altro canto non concordo nemmeno con coloro che sostengono Neil Young come esclusivo cantore bucolico. Mi pare necessario sottolineare come entrambe queste chiavi di lettura siano integrali ed estreme, e offrano perciò uno sguardo riduttivo verso un’opera che è invece complessa e multiforme. Neil Young è uno di quei grandi cantautori che hanno saputo sviluppare la propria musica in funzione dell’esperienza, dei propri stati d’animo, del proprio cammino, l’opera di Young non può mai essere compresa e vissuta se non come specchio dell’esistenza stessa dell’Autore. Album come il succitato Tonight Is The Night, On the Beach e Harvest, non avrebbero tale valore se non fossero direttamente riconducibili ai tormenti e alle traversie affrontate da Neil negli stessi anni in cui vennero composti. Quest’anima complessa ha una radice comune e molte fronde, non è dunque scomponibile in due gruppi perfettamente distinti, in due filoni, ne dal punto di vista stilistico, tanto meno da quello tematico. Semmai bisogna notare comel’opera Younghiana sia un unicuum inscindibile , come il valore dell’animo cupo e angosciato risieda nel contrasto con i toni smorzati le sfumature adoperate nel dipingere la campagna, la solitudine contemplativa e mai vuota. Le suggestioni di Thonight Is The Night o Sleep With Angels, sono uniche e irriproducibili proprio in virtù della complessa personalità che le ha date alla luce, l’opera viene trascesa nell’inseguimento di quell’anima inquieta; ecco cosa rende affascinante l’opera di Neil, la sua stessa personalità capace di spiazzare e svelare ogni volta un tratto d’animo prima in ombra, di passare dagli sgomenti interiori di On the Beach, all’amore cantato in modo semplice e sfacciato di Silver & Gold, dalle tematiche più acri della droga, della morte, della perdita a quelle del bel paesaggio frondoso, dell’infanzia incantata, dalle chitarre distorte fino all’eccesso ai suoni puliti di Comes a Time, da destra a sinistra, da urbano a rurale, da un esistenza ad un'altra. Non è un caso che gli album che mettono maggiore accordo tra i seguaci, così pure tra i detrattori, siano quelli in cui lo spirito duplice si manifesta in tutta la sua eterogeneità, portando alla luce la comune radice di frutti così disparati, si pensi tra i tanti ad After the Gold Rush, Harvest, Rust Never Sleeps, che conciliano in loro le timide suggestioni del loner, dell’uomo in disparte, perso in se stesso e le lunghe cavalcate elettriche, cariche di volta in volta di pathos e rabbia, grinta e tensione emotiva, di forza e smarrimento. I dischi e le storie di Neil Young tracciano sentieri alla ricerca dell’Assoluto, dei principi primi, di valori che, per dirla con Rosseau, “attengono alla umana natura”, alla primigenia e libera semplicità. Ecco allora perché quello spirito inquieto ci affascina sì tanto: ridà al nostro cuore asciutto, quella vena di sangue, quel senso di vera Libertà che si trova nella ricerca, nel dubbio, nel divenire. Neil cavalca a fondo il bisogno dell’Assoluto, che si trova nella massima naturalità, nell’assenza di sovrastrutture, nella sua semplice complessità di novello cavaliere impegnato in una battaglia contro i mulini a vento, che lo appaga, un po’ stoicamente, solo per il fatto di poter essere combattuta.

mercoledì, febbraio 15, 2006

Praire wind...trilogia? (Neil Young)

Ormai il vecchio Neil d'abitudine sforna un album tecnicamente perfetto ogni 4-6 anni… Con questo "Prairie Wind" (vento della prateria) la missione è ricucire un ipotetico rapporto con "Harvest" ed il sequel "Harvest Moon"… in queste poche righe mi chiedo se, come molti sostengono, questo album segni la chiusura della trilogia, o piuttosto rappresenti un mattone per una tetra-pentalogia. Lasciato il registro squisitamente country di "Silver&Gold", Neil nel suo anno più sventurato, cerca comunque pace e conforto nel retroscena bucolico. "Prairie Wind" raccoglie dieci pezzi che non presentano molte novità e proprio per questo sono di altissimo livello. Young, infatti, appartiene a quell'elite di autori che ha la licenza all'autocitazione raffinata, così mi piace definire coloro che, avendo prodotto uno stile, detenendo la paternità di un idea, avendo raggiunto un livello ineguagliabile, possono fare riferimento costante nel tempo a quell'idea rielaborandola e riproponendola con il gusto successivo. La differenza in questi casi la fanno proprio il gusto e l'eleganza con cui questi autori si chiamano in causa; nel caso di Neil Young la citazione di sé è costantemente elegante, lasciata alle sfumature tanto nei testi quanto nei suoni. Osserviamo meglio la trilogia proprio partendo dal capostipite: "Harvest" è una pietra miliare, ha un fascino dettato dal tempo. Il suono quasi al vinile, la registrazione imperfetta, analogica, i pesanti arrangiamenti di Jack Nietschze, lo rendono inegualiabile… Uno dei dieci album migliori della storia del Rock secondo alcuni. Non si può certo ridurre il fascino dell'opera alla sola età, 30 anni sono necessari ma non sufficienti a rendere il senso della distanza e quindi del fascino, molto va riconosciuto alla cripticità che caratterizzava i testi di "Harvest", erano chiusi, enigmatici e contribuivano nella costruzione di immagini vaghe e accattivanti che hanno fatto la fortuna di quell'opera. Nei suoi album bucolici Neil ha adoperato testi via via più distesi, volendo più semplici ed adeguati agli scenari dei quali essi narrano, perdendo parzialmente quel contrasto e quel cupo fascino, che permisero a quel disco di ammagliarci.In definitiva ricucendo queste brevi annotazioni si hanno un metro ed una misura per definire meglio questo nuovo "Prairie Wind", che è ancora troppo vicino per esprimere fascino nonostante raccolga la semplice complessità, il talento e la libera ispirazione che negli anni sono divenute effigie del nostro. Parlando della seconda parte della trilogia, il bel "Harvest Moon", le differenze con "Prairie Wind" si trovano tutte nell’ambientazione, vengono lasciati i suoni notturni e patinati (forse troppo..), i riflessi lunari, i grilli e le lucciole, per correre nella prateria spazzata dal vento, reincontrando le tinte e i toni western à la "Harvest" (come in "No Wonder", "Prairie Wind", "Far from Home"), sentendo dopo molti anni cori maschili e femminili insieme ornati dalla Steel guitar di "Ben Keith" (troppa?). Il disco si apre con "The Painter" (La pittrice) canzone venata di Soul (il Soul sfuma anche altri pezzi del disco fino a divenire Gospel nella conclusiva "When God Made Me") canzone che associa la musica ad una forma d’arte diversa come la pittura nella quale Young sembra trasporre la sua vita e la sua opera in quella della pittrice narrata… l’una ferma le sensazioni in colori, l’altro le emozioni nelle proprie note; quasi in modo autobiografico, la pittrice che Neil descrive “lavora per due, con passione, cade e si rialza ancora, seguendo la propria ispirazione..”. Questa melodia, ed assieme le parole, "green to green…yellow to yellow in the light, black to black when the evenings come, blue to blue through the night…" ci accompagnano al crepuscolo, romanticamente cariche di pathos e allo stesso tempo leggere nel conforto idilliaco.Seconda traccia è "No Wonder", dove il vento della prateria riporta alla mente di Young i giorni dell’11 settembre, riflessione lasciata a metà nel disco "Are You Passionate?". A proposito di citazioni colte, in questa canzone gli ascoltatori più scaltri avranno rintracciato moltissimi rimandi younghiani ai lavori precedenti. La citazione malandrina contenuta in "This Old Guitar" invece riecheggia nemmeno troppo velatamente il riff proprio di "Harvest Moon".Il disco contiene poi alcune ballate dolci ed intime e alcuni omaggi al ricordo tra i quali "He Was The King" (a Elvis) e la già citata "This Old Guitar" (ad Hank Williams). E’ proprio questo il leit motiv del disco, il filo rosso che ricuce ogni orma sulla carreccia: ogni traccia sembra il tentativo di fermare qualche cosa della vita, le fuggevoli emozioni o i sentimenti.Ogni disco di Neil Young è in qualche modo imperniato attorno ad una idea dominante; nella vasta geografia Younghiana solo "Greendale" è un vero concept-album, ma innegabilmente, producendosi in una interpretazione estensiva, sono tali anche "Tonight Is The Night", dove ogni pezzo ruota attorno al tema della sofferenza, "Zuma" e "Broken Arrow", che raccontano la cultura e le atmosfere degli indiani d’america, "Old Ways", dipinto di una campagna che imita se stessa e per finire "Sleep with Angels", che tratteggia il tema delle mancanze e dell’amore. Personalmente ritengo che anche "Prairie Wind" sia un album legato profondamente al concetto più volte trattegiato della caducità dei sentimenti e delle cose della vita. Emblematiche sono le parole “it’s a dream only a dream and it’s fadin’ now, fadin’ away” che Young rivolge agli effimeri paesaggi della sua infanzia, quasi che gli scenari per solito lenti nel loro mutare, oggi non rendano più quel dolce senso di catartica staticità che ha sempre ammaliato i poeti e offerto conforto agli animi più sensibili.

martedì, febbraio 14, 2006

Quello che ho (De Marinis)

Non siamo nati ascoltando Bach, Jimi Hendrix e Paolo Conte, c’è un “prima”, più o meno imbarazzante per ognuno di noi. C’è un’infanzia, che ha una musica di cui oggi non sapremmo parlare e una adolescenza durante la quale si fanno sbagli cretini ascoltando generalmente cose che il gusto successivo ritiene almeno disgustose. Nella selva oscura di suoni che ha costellato la mia personale vicenda giovanile, vorrei riscoprire un disco intimista, teso tra l’introspezione e la favola, tutto sommato salvabile, portandone alla luce i lati pregevoli e riscoprendo uno dei predecessori del fresco vincitore del festival di San Remo, Povia. Sto parlando di “Quello che ho”, un disco, onesto sin dal titolo, composto e in gran parte suonato da Davide De Marinis. I più, probabilmente non si ricorderanno nemmeno dell’esistenza artistica – neanche troppo lontana - di questo autore che, nel 2000, arrivò alle piazze d’onore nella categoria giovani con la canzone “Quello che vuoi” per poi essere reinghiottito dalla grigia e tumultuosa periferia milanese. “Quello che ho” ad un primo ascolto potrebbe risultare un po’ adolescenziale, persino commerciale:ci sono 4-5 pezzi molto radiofonici, le melodie sono terribilmente orecchiabili, le parole giocose e le sonorità da vignetta. Tuttavia la distanza del nostro, da Povia e similari, emerge solo con pazienza. Il risultato del disco è più che in altri casi soggettivo e legato alla capacità di smettere i panni di distaccati osservatori ed entrare nel copioso ed intenso sentimentalismo di De Marinis. Se abbiamo pazienza, una presunta capacità empatica ed un animo un poco fanciullo, l’album nel tempo rivela una natura più complessa dell’apparente. Le parole di Demarinis non possono essere ritenute banali, poiché frutto di una sincera introspezione, parole di grande umanità che il Nostro canta con ironia e leggerezza, con andamento disincantato, quasi a dire “che colpa ne ho se un uomo prova sentimenti?” Certo, oggi sincerità ed innocenza non sono proprio valori riconosciuti, danno un po’ fastidio, ma la apparente banalità in questo disco va letta come purezza e sincerità. De Marinis fa una accorta e zuccherosa analisi degli stati d’animo che attanagliano la quotidianità nei suoi aspetti minimali, descrive in modo leggero senza mancare di intensità, gioca disinvolto con le parole che paiono fluire improvvise e spontanee, donando qualità al lavoro complessivo. Il disco esprime costantemente una condizione “periferica e claustrofobica”, pesa in molti brani l’assenza di uno spazio esterno dove respirare liberi, mancanza che viene edulcorata tramite il sogno ed il vagheggiamento. Le canzoni sembrano nate e suonate in una stanza, riflessioni di appartamento concepite fissando la tappezzeria e anelando idilliaci paesaggi e sensazioni, a dare nuova luce alla condizione urbana. Il disco si apre con il pezzo presentato a Sanremo, “Quello che vuoi”, scanzonata storia d’amore d’ambientazione casalinga, trascinata da una melodia ruffiana e veloce. Si prosegue con “Gino” e “Troppo bella”, due pezzi al limite del non-sense, il secondo dei quali fu singolo vivace e spensierato che animò l’estate precedente l’uscita del disco, a tal punto da annoiare ancora oggi. In “Troppo bella” è contenuta una delle frasi del disco: “la vita non ha molto senso se non c’è un appuntamento”. Secca, banale, veritiera e disarmante, in ogni caso occorreva qualcuno a ribadirla. Successivamente, vi sono quattro canzoni in fila leggere ed intense, tra cui i due singoli “Cambiare aria” e “I sentimenti nascono” migliori manifesti dell’intero disco. Si parla in quattro momenti e in due modi di rapporti personali…. tanto semplici nel nascere, tanto difficili da proseguire.. “i sentimenti nascono e cadono per terra, è inutile nascondersi, perché i tuoi occhi parlano..” Si passa a “Ciò che cerco” dove troviamo forse uno degli spunti più innovativi del disco, in cui lo stile di De Marinis incontra sonorità Jazzy e notturne. La spensierata leggerezza che ci ha condotti sino alla metà del cammino ci abbandona per due brani cupi ed intensi. “Come il sale” pur mantenendo lo scenario sentimentale è canzone amara, scava in fondo all’anima, si perde nel mare grigio dell’inverno. Di seguito “Quello che ho”, fa da dura requisitoria contro una compagna pretenziosa ed arrogante ed anche in questo caso De Marinis dimostra piglio originale nel farsi cantore di una tematica comune a molte relazioni sentimentali. Ritorna il sereno, ritorna la dolcezza e nella semplicità troviamo come pane appena sfornato la fragranza ed il profumo migliori dell’album, “Non mi basti mai”. Già dal titolo vedo nasi storcersi, ma De Marinis ancora una volta stupirà facendo di un terreno difficile e scivoloso come la dichiarazione d’amore, una canzone senza retorica ne pesantezza. La fresca spontaneità del Nostro non teme offuscamenti nemmeno dinanzi al più lamentoso dei temi. Infine il disco si chiude con un momento di reale commozione – quasi patetico, nell’accezione migliore del termine – “Ho chiuso gli occhi” è canzone cantautorale che per intensità e poesia non teme confronti, chiudendo lascia un buon ricordo e un po’ d’amaro, come il limone dopo un dolce cocktail tropicale. In sintesi, un disco per animi sensibili, ottimo e originale all’ascolto attento e partecipato o dolcissima orlatura ad una serata romantica. Un disco onesto, fresco, che mantiene dignità in ogni suo pezzo senza gravi cadute di stile, una chiave innovativa e più vivace per leggere la canzone italiana tramite la spontaneità e l’incanto. Consiglio l’opera a coloro che hanno attitudine all’ascolto dell’altro, troveranno molti utili spunti di riflessione e molti sorrisi. Un ultima e dovuta precisazione riguardo al voto. Il voto “3” espresso in questa sede è inteso in senso relativo e non assoluto. Cioè non si è voluto confrontare De Marinis con tutto lo scibile sonoro, ma comparando il disco ad altre opere di stesso genere (molto meglio di Povia, D’Alessio & Co).

sabato, dicembre 03, 2005

Catch bull at four (Cat Stevens)

Nei meravigliosi Anni ’70 esce un disco vivo ed originale che titola “Catch Bull At Four” , frutto del lavoro e della rinnovata riflessione di un artista geniale e generoso come Cat Stevens. Cat Stevens mi ha sempre attratto per il gusto della ricerca che ha saputo trasporre in musica e parole. Altre ricerche per altri grandi, ma mai nessuno come lui, nessuno con la capacità di rimettere in gioco la vita tutta, di seguire veramente l’arida via della propria spiritualità, ponendosi certi interrogativi nel tentativo incessante di migliorarsi come uomo prima che come artista. Animo irrequieto, Stevens, si stancò in fretta della fama da Pop Star e dei brani troppo disimpegnati che lo portarono alla ribalta, trasformandosi nel tempo in Autore capace di utilizzare con sapienza la propria arte per riflettere e raccontare il personale cammino spirituale, facendo della propria musica la ricerca incessante di una casa, di un luogo dell’Anima, di una adeguata spiritualità, tanto da determinare la morte e la scomparsa di un personaggio e di uno stile e la nota rinascita nelle vesti sacre di Yusuf Islam. Nel 1972 esce “Catch Bull At Four”, con questo disco Cat Stevens mette una pietra sopra la precedente produzione dando vita ad un percorso di ricerca spirituale in musica. Un disco che nei suoi tratti irrequieti e marcatamente multiculturali esprime il senso della profonda ricerca, la commistione tra stili, religioni, culture e stati d’animo. Le canzoni si fanno più difficili e tortuose, ma vive ed intense, rassomigliando sempre più al percorso di ogni Uomo verso la Verità. L’apparato sonoro in quest’opera è scarno, così per le cose semplici tra le quali l’animo può elevarsi libero dai legami terreni. La voce è espressione di vigoria e di fragore, strumento di un uomo ispirato e desideroso di guardare oltre con occhi nuovi. La scrittura è vivace e altera. Introspezione, riflessione e comunicazione si uniscono nel disco che diviene ad un tempo meditativo ed energetico, volto ad aprire molti interrogativi senza chiudere risposta alcuna, ma che pur nella sua transitorietà, nel suo essere tappa di un percorso ben più alto, esprime un fascino evidente ed un messaggio limpido. E’ proprio la prima, una canzone che parla in qualche misura di Conversione. In “Sitting” Stevens canta con grande forza la vita che cambia e apre a nuovi interrogativi.. un brano eversivo pregno delle atmosfere di quegli anni aperti e grigi, un brano sfrontato in cui ancora il “risveglio” viene attribuito al celeste intervento di generici astri.. “Oh I’m on my way I know I am, but times there were when I thought not, bleeding half my self in bad company, I thank the moon I had the strength to stop..” “The Boy With A Moon And Star On His Head” è una sorta di parabola, una rivisitazione a tinte orientali del presepe, che riflette sul concetto dell’Amore .. Siamo catapultati in un villaggio d’oriente nel quale la nascita di un bimbo con la luna e la stella sulla testa scuote le consuete abitudini.. “I got down on my knees and kissed the moon and star on his head. As years went by the boy grew high and the village looked on in awe, They’d never seen anything like the boy with the moon and star before. And the people would ride from far and wide just to seek the world he spread. I’ll tell you everything I’ve learned, and Love is all.. he said” Ed eccoci davanti ad un’alba marina, una sirena “emerge dalle acque, viene verso di noi, lasciando diamanti sulla baia”, Steven con un uso gioiso delle chitarre e dei cori fa un ritratto ideale ed espressionista della femminilità, una dichiarazione d’amore libera, di grande respiro, anche grazie alla sua eminente poesia.. “Her clothes are made of rainbows and twenty thousand tears, shine through the spaces of her golden ochre hair [..]She ripples on the waters, leaves diamonds on the shore and fish from every distance, watch her ocean cellar door, Her breathe a warm fire in every lover’s heart, a mistress to magicians and a dancer to the Gods” “Silent Sunlight” raccoglie l’avvento della riflessione spirituale di Stevens che unisce in una canzone concetti cari a diverse filosofie e religioni quali, dal lavoro come preghiera, alla speranza, fino al trascendimento delle cose terrene. “Don’t ever look behind at the work you’ve done, for your works has just begun, there’ll be the evening in the end, but till the time arrives, you can rest your eyes and begin again..” “Can’t Keep It In”, questo prorompente inno alla vita esprime al meglio l’anima comunicativa ed energetica di questo lavoro, nel quale Stevens manifesta una speranza universale ed il necessario bisogno di esprimerla.. “Oh I can’t keep it in, I’ve gotta let it out, I’ve got to show the world, world’s got to see, see all the love, love that’s in me, I said why walk alone, why worry when it’s warm over here. You’ve got so much to say, say what you mean, mean what you’re thinkin’ and think anything. Oh, why must you waste your life away? ” “18th Avenue”, è l’incubo suburbano che non ti aspettersti in un disco del genere. Stevens da prova d’eccellente vena compositiva, concentrando in 4 minuti atmosfere altere e raffinati cambi di ritmo, si parte in sordina.. “Oh the path was dark and borderless down the road of the eighteenth avenue and I stung my tongue to repeat the words that I used to use only yesterday, meanings just dropped to the ground, I try to remember what I though and what I used to say. Don’t let me go down! No don’t let me go.. Oh my hands were tied as I struggle inside the empty waste of another day..” In “Freezing Steel”, compare il primo ed unico graffito elettrico di tutto il disco, rock intenso e strampalato dove non mancano riferimenti alla trascendenza e alla vacuità delle cose.. “They tied my body up, I’m force to eat my meal, a cold plate of lamb and cold potatoes too, now what’s a soul to do, brother won’t you tell me is this a eucharistic dove?” "O’Caritas", speranza e distruzione, la prima per combattere la seconda, entrambe nelle mani dell’uomo ed una missione inalienabile per l’umanità. Cat sceglie di cantare in latino a favorire il tono d’apocalisse e l’eminenza, finisce, poi, col rendere chiaro a chiunque il messaggio tramite l’anglosassone idioma. E’ la prima di due perle apocalittiche.. “I don’t want to lose the harmony of the universe I see all the things burning, I hear men shouting [..] I don’t want to lost it here in my time, give me time forever here in my time..” "Sweet Scarlet", canzone dell’amor perduto e dall’atmosfera Hippies, con dolci note e una voce flebile ma quanto mai espressiva.. Si prova gusto nel mordere un lampone in un mattino fresco d’estate.. “Once she came into my room [..] Two eyes like lights, milky marble whites lookin’ up at me, looking for a way, moons in an endless day. All I knew was with her then, no couldn’t see the time, as we drank down the wine to the last Sweet scarlet. Every bottles is empty now and all those dreams are gone.. ah, but the song carries on… so holy..” "Ruins", il lavoro è concluso da un secondo brano di connotazione apocalittica ed ancora una volta la speranza e l’“Umanità” sono le uniche chiavi per riscattare la disperante strada verso cui ci siamo incamminati.. “Stole away the land, people runnin’ scared, losing hands, dodging shadows of falling sand, buidings standings like empty shells and nobody… helping no one else […] People needing more and more it’s all getting lost, I went back, back to the time when the earth was green and there was no high walls and sea was clean ” In definitiva imbattersi d’improvviso in questo disco disorienta, confonde e in breve tempo affascina e ripaga della pazienza prestata. Come un mosaico romanico, “Catch Bull At Four” necessita della giusta distanza per essere osservato, dal principio vedremo tasselli incoerenti e di varia mineralità, stracci indiani e pareti arabesche, freddezze anglosassoni e tappeti di Persia, colonne doriche e vini francesi, quasi fossimo finiti in un disco del buon Vinicio. Ma lentamente prendendone più ampia visione, creandone un armonico quadro d’insieme, si presenta a noi un affresco d’apocalisse incompiuta ed evitabile avendo maggior cura e interesse nei riguardi della nostra spiritualità, del nostro essere Uomini, di gioire nella possibilità del redimersi. Contradditorio, istrionico e insufficiente, questo disco, oltre a donarci tre quarti d’ora di musica d’Autore, potrebbe aprire una porta e divenire utile spunto nella riflessione, probabilmente come utile fu per il suo stesso autore.

giovedì, febbraio 17, 2005

a Bigger Bang (Rolling Stones)

Ho fatto di conto brevemente e sommando i 4 originali(non nel senso dello stile) componenti viene fuori 273 anni, ora si può meglio comprendere perché l’uscita di A BIGGER BANG (così si intitola l’ultimo album) sia l’evento discografico del momento e perché tutto sommato, come vi dimostrerò in quel che segue, non sia nemmeno un LP da buttare. Mick(jagger) e soci di sicuro si sono impegnati usando tutta la loro maniera, accompagnata da un’ampia autoreferenzialità (che quando si incarna un genere è lecita e quanto mai inevitabile), ma senza dimenticare almeno il tentativo(dall’esito incerto e soggettivo) di innovare, con quello spirito già presente negli ultimi lavori di Jagger (ndr goddess in the doorway). Scorrendo la scaletta di titoli innovativi non ce ne sono molti, l’abito non fa il monaco, per i monaci, ma per i rocker è un'altra cosa.. La prima traccia, tale ROUGH JUSTICE, è un pezzo di puro rock’n’roll un pezzo che è già storia ancor prima del secondo ascolto (e qui gioca un ruolo importante quell’autoreferenzialità che dicevo pocanzi, troppi sarebbero i titoli da avvicinare per omologia strutturale e simiglianza sonora), così anche il 2° e 3° brano (LET ME SLOW DOWN- IT WON’T TAKE LONG) ci ridanno gli stones della prima ora, si insomma....facciamo della seconda… In definitiva già si coglie in cosa rispetto agli ultimi lavori (BABYLON’S BRIDGES-VOODOO LONGUE) si è fatto un passo avanti, o meglio, uno indietro, ritornando al rock'n'roll dopo lavori sempre più marcatamente hard rock. Se RAIN FALL DOWN rappresenta quel tentativo di innovare (per altro lo stesso dagli anni 70) BACK OF MY HAND è un bluesaccio che + stereotipato non si potrebbe, onore al merito di maestri del genere. Arrivano poi BIGGEST MISTAKE (un po’ troppo beatlesiana o bee geesiana) e il singolo per il mercato europeo STREETS OF LOVE (terribilmente familiare con accezione al contempo positiva e negativa). Arriviamo ad una delle surprise dell’album, THIS PLACE IS EMPTY e INFAMY sono cantate da Keith Richards (chitarra, dove è meglio, peraltro, rimanga). Se la prestazione impressionante, e questa volta solo in senso negativo, nella prima song è sorretta forse dalla miglior scrittura del disco la seconda è pure bruttina e sembra una vera e propria "infamia"(per l'appunto) nei confronti del grande chitarrista. La prima, dicevo, essere la miglior canzone del disco con un songwriting davvero originale e un’interpretazione a metà tra Tom Waits e Bob Dylan tutti e due rigorosamente nel loro peggior stato di forma(o lucidità). SHE SAW ME COMING strizza l’occhio al reggae easy-listening non nuovo specialmente nei progetti solisti di Jagger (si ricordino le collaborazioni con Peter Tosh degli Wailers di Marley e con Wycleaf Jean). DRIVIN' TOO FAST è un titolo ad effetto poco credibile dinnanzi alle evidenti difficoltà deambulatorie di questi "inossidabili" settantenni. Il resto, come era supponibile (ed anche in proporzioni peggiori), è riempitivo, automatismo frutto di anni di lavoro in comune. Si presenta comunque come ripiego di livello più che accettabile. Il tempo dirà(a noi maniaci) a che livello collocarlo nell’immensa discografia stonesiana, di sicuro non sarà il peggiore.

martedì, febbraio 17, 2004

prime impressioni su Turin Brakes

Olly Knight e Gale Paradganian sono i Turin Brakes, un duo folk-acustico salito alla ribalta delle cronache con il sopravvalutato "The Optimist LP", autoprodotto. Se infatti il primo disco lasciava… perplessi, il secondo dimostra una maggiore maturità artistica e comincia a farci intravvedere il loro disegno artistico fatto di suoni semplici, più acustici possibili, quasi da "Unplugged". Ciò lo rende senza tempo. Senza collocazione. Solo dei semplici accenni qua e là. In questo contesto la voce diventa quasi uno strumento, un po' trascinata a volte fino a scomodare assonanze con Jeff Buckley o Tom Yorke. "I let somebody get under my skin,Long distance losing is all that I've seen,Now there's a river,Now there's a river" Sono le parole di "Long Distance", forse la più bella e struggente canzone del disco, primo singolo. "Summer rain,dripping down your face againSummer rain,praying someone feels the sameTake the pain killer, cycle on your bicycleLeave all this misery behind" Tratto da "Pain Killer", secondo singolo, altra bella ballata del disco che risulta complessivamente piacevole, meno noioso del precendente. Bella anche la canzone con cui comincia il disco, "Blue Hour". "Little Brother" mi ricorda qualcosa dei Pink Floyd tipo "Dark Side Of The Moon". I Turin Brakes mi avevano attirato tempo fa con un concerto rigorosamente acustico che avevo avuto la fortuna di incontrare su una tv tedesca verso mezzanotte; il disco ha però parzialmente disatteso le aspettative. Semplici nello schema, non altrettanto nella scrittura, con una certa quantità di artifizi e escamotage per far quadrare i conti, questi due nordici, pare abbiano delle possibilità che al momento non esprimono. Noi, mentre ne attendiamo la fioritura e la maturazione possiamo trovare nel New Acoustic movement molti ottimi nipotini di Neil Young... Kings of Convenience o Badly drawn boy vanno molto bene. Infine questo ETHER SONG è un disco uscito forse nella stagione sbagliata, più o meno da ascoltare nelle sere d'estate, osservando il cielo stellato, riflettendo, sognando, fantasticando, quando il cosmo a certe altitudini diventa il nostro cinema personale dove proiettare i ricordi preferiti, mordicchiandoci le labbra, annusando l'aria, sperando in una stella cadente…